Cambio casa

1 01 2012

Questo blog è diventato più adulto e si è trasferito in una casa tutta sua. Grazie a WordPress per l’ospitalità gratuita 🙂

 

Trovate i vecchi e i nuovi post qui: http://maurizionasi.it

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Il post con il viaggio in Indonesia

30 08 2010

Quando qualcuno mi chiede come è andata la vacanza, quali sono i posti da visitare assolutamente, cosa ho da raccontare, mi sento come se non avessi studiato la lezione e mi guardo intorno in cerca di un suggerimento . In genere dopo un po’ imparo una risposta sensata e la rifilo a tutti a prescindere dalla domanda (a meno che non siano le domande di mia madre, che è incuriosita da aspetti come “loro guardano la tv a tavola?”). Ho capito che vivo i viaggi in modo lineare, ma li immagazzino a macchie, per pennellate: se solo sapessi disegnare questo sarebbe l’unico modo sensato per raccontarli.

Ecco, disegnerei due ragazzi su uno scooter rosa che seguono un’infermiera indonesiana e una loro amica, le due senza casco, in mezzo a strade caotiche o piccole vie deserte circondate da templi. La ragazza si lascia trasportare senza sapere dove sta andando, si volta e sorride, alzando le spalle. I ragazzi ripartono di sera, attraversano cento paesi tutti diversi, prima le vie d’argento, poi quelle di legno, poi quelle di pietra, intorno si vedono ancora palme, terrazze di riso verdi anche all’imbrunire e aquiloni in cielo. Nel fumetto metterei delle note musicali, perché i due ragazzi stanno canticchiando, la strada è lunga e la sera è fresca. In basso a destra scriverei: Ubud, isola di Bali, 15 agosto 2010

Volterei pagina per disegnare dei punti colorati sul bordo di un vulcano, tende a cui si arriva dopo otto ore di cammino. Dovrei riempire un fumetto con i suoni di chi ansima, perché i due ragazzi sono stanchi e la forza per fare ancora qualche metro è terminata ore fa, più o meno quando hanno superato le nuvole a 2000 metri. I due si affacciano su uno strapiombo, una parete liscia e ripida che scende fino a un lago da cui emerge un altro vulcano attivo. Qui dovrei riempire un fumetto di silenzio. Una nuvola entra piano nello spazio vuoto, lentamente si mangia il lago e resta solo il fumo. I vestiti sono mossi da un leggero vento che porta con sé la notte, di quelle così buie che le stelle ti cadono addosso, ma loro non sanno riconoscerle perché sono in un altro emisfero, allora guardano i fuochi accesi per cucinare, entrano nella tenda e sorridono, prima di addormentarsi per terra senza accorgersene. Qui scriverei: Rinjani, 2639 metri, 8 agosto 2010

Infine vorrei una tavolozza con i colori primari per dipingere il blu intenso dell’acqua, il bianco delle onde e il giallo della spiaggia che si allontana; altri colori mescolati per il legno scrostato di una barca con sopra troppe persone, facce diverse, lingue diverse, espressioni diverse, con lo sguardo verso il mare e con i piedi appoggiati sugli zaini bagnati. Nel fumetto le parole non avrebbero senso, sovrapposte come sono e confuse dal rumore del motore. I due sono seduti, anzi aggrappati, a diversi lati della barca e vedono spuntare dall’acqua un branco di pesci, di quelli che saltano, all’inizio sembrano solo tanti riflessi di un’onda più corta, poi saltano di nuovo, e di nuovo, guarda ancora e alla fine spariscono. Qui vorrei sapere disegnare abbastanza bene da mostrare l’espressione di uno dei due, sorpreso perché non è mai stato in un mare così grande, teso perché non è mai stato su una barca così vecchia, curioso perché sta andando in un luogo che non saprebbe nemmeno posizionare su una mappa. In basso a destra scriverei: Oceano Indiano, al largo di Gili Meno, 12 agosto 2010.





I games si spostano su Twitter

29 06 2010

Grazie ai successi di numerosi social game, Farmville in primis, Facebook ha dimostrato di essere un’ottima piattaforma per la creazione e distribuzione di game che sappiano utilizzare la rete dei contatti e le meccaniche di un social-network. Su Invaders Den e in questo post ho riportato un’interessante riflessione dello sviluppatore di Farmville su queste meccaniche.

Davanti a questi successi, gli altri social-network non stanno fermi a guardare e soprattutto su Twitter si trovano alcuni esperimenti interessanti.

Il primo si ispira ai miei amati librigame, compagni di tante estati passate coi dadi, block notes e matita nel tentativo di aiutare lupo solitario. Mashable riporta infatti che John Peretti, co-fouder dell’Huffington Post, ha organizzato un game partendo dal suo feed. Prendendo una serie di decisioni (“accetti la sfida o vai in vacanza?”), associate a diversi link creati con bit.ly, si completa una mini avventura, sicuramente più basica rispetto a un libro game, ma anche con buone possibilità di creare rapide sfide tra amici, grazie al retweet.

Ovviamente su Friendfeed ci ha già pensato Adamo con il suo Dungeon in cui ogni scelta effettuata portava in una stanza diversa, con varie conseguenze.

Ecco un’immagine del gioco su Twitter:

Il secondo caso è invece addirittura un gioco sportivo. Il gioco si chiama Twirdie e utilizza gli analytics di Twitter per simulare una partita di golf. Per lanciare la pallina, occorre scrivere una parola in un box: un software rileva quante volte questa parola è stata scritta su Twitter nell’ultimo minuto e in base a questo numero determina la lunghezza del proprio colpo. Ovviamente all’inizio bisogna trovare parole che consentano di fare avvicinare il più rapidamente possibile la pallina alla buca e alla fine invece bisogna lavorare di precisione con parole poco citate.

Ingegnoso, vero? Anche perchè il gioco ti chiede di riflettere sulla popolarità di alcune parole, che possono anche cambiare nel tempo. Sono curioso di provare la parola “vuvuzelas”, e voi con cosa iniziereste?





La Lega degli Enigmisti Infingardi

22 06 2010

Ieri sera, mentre giravo in bici per le strade di Milano, ricevo una telefonata che mi avvisa che è finito il gioconeFF2, ovvero, a quanto ne so, l’unico social game pensato per Friendfeed.

Adamo, creatore, notaio e patrono del gioco ha dichiarato vincitore Clockwise, e pazienza.

Quest’anno per arrivare alla finale si sono dovute superare tre tipologie di prove: quelle di ingegno, amatissima dagli appassionati di logica e enigmistica, quelle di fortuna, tra cui un dungeon come nei mitici libri-game, e quelle social, in cui occorreva fare squadra e creare qualcosa per accaparrarsi i favori della social community.

Uno dei grandi meriti del giocone è proprio di farti cimentare con prove assolutamente diverse tra loro e farti scoprire che in fondo non te la cavi così male. Io festeggio il mio decimo posto pubblicando il racconto che ho scritto per un livello social. Uniche regole del gioco: iniziare con la frase “non mi ero mai divertito così tanto in vita mia” e non superare le 30 righe. Per il breve racconto che segue ringrazio l’occhio attento e scaltro di Paperdoll, editor d’eccezione.

La Lega degli Enigmisti Infingardi

Non mi ero mai divertito così tanto in vita mia come quando, il 4 aprile, trovai questo
annuncio nella Gazzetta di Parmia. “La Lega degli Enigmisti Infingardi (ex Infallibili)
cerca nuovi adepti. Si fornisce un’uniforme, un cacciavite, sale grosso e un paio di
sandali da scoglio. Astenersi perditempo”. Spiccava non poco in mezzo ai soliti, noiosi
messaggi: “Smarrito uno steatopigio. Contattare Jackie la Troia. Lauta ricompensa”,
oppure “Mauricio l’autista insegna a usare la eeeh a bordo della sua monovolume”. Ero
divertito, certo, per il tono vagamente surreale: e anche non poco incuriosito.
Grazie alle mie fonti, venni a sapere che, prima di questo annuncio, nella Lega degli
Enigmisti Infingardi (già Infallibili) si erano vissuti giorni di terrore: il Grande Capo
Solutore aveva convocato il Consiglio dei Saggi senza rivelare l’ordine del giorno.
Erano passati tredici anni dall’ultima convocazione e allora erano servite sette notti per
decidere se nello spettro dei colori il nero andasse prima del rosso o dovesse essere
completamente eliminato. Rosmunda l’Anagrammista aveva provato a cercare un
indizio nella lettera di partecipazione, ma l’unica soluzione che era riuscita a trovare
suonava come un incomprensibile “Livello trenta, arriviamo!”. Si erano addirittura
radunati tutti prima dell’inizio, per elaborare un piano di fuga: avevano escluso solo il
Garzone delle Parole Facilitate, poiché inaffidabile e la Pocodibuono delle Soluzioni
del Numero Precedente, perché sempre in ritardo. Si era stabilito che no, non serviva
un’imbiancatura, l’insegna poteva restare con una lettera mancante e che non era il
caso di mettere un miscelatore in bagno, quando era suonata la fatale campanella della
convocazione al Consiglio.
Il Grande Capo Solutore entrò nella Sala Concentrica tenendo in mano un vecchio
libro che nessuno aveva mai visto. «Fratelli – esordì – quello che ho in mano è il più
grande tesoro della Lega degli Enigmisti Infingardi (furono Infallibili). Questo è l’unico
libro di profezie che si avverano veramente, il celeberrimo Visoni, Visioni e Previsioni
di Gaia Sorcini». Tutti si alzarono in piedi presi dal panico, inquieti e al tempo stesso
curiosi di conoscere il loro futuro: la Sgarzola delle Ultime Parole Famose non riusciva
ad aprire bocca, l’impassibile Vegliardo Senza Schema sbatteva la testa contro il muro,
quell’eterna indecisa della Susi non sapeva più chi chiamare. «Amici – disse il Grande
Capo alla fine – il libro parla chiaro: dobbiamo unire le nostre forze e trovare nuovi
talenti. La profezia annuncia oggi la nascita di colui che ci spazzerà via con un sorriso
sornione e un’alzata di sopracciglio: Adamo Lanna». E la ricerca incominciò.





Un post privato, come quando fuori c’è il sole

12 06 2010

La fortuna di nascere al mare è che puoi dire che ti manca. Suona interessante, consente di assumere uno sguardo vacuo verso l’orizzonte e gli altri ti ascoltano con un misto di comprensione e ammirazione.

Anche se è il mare di Rimini.

La sfortuna di nascere al mare è che ti lascia un ricordo di imbarazzo, quasi di sconfitta, quando l’estate immobilizza l’aria e ti trattiene come bloccato in uno spazio che dovrebbe essere vitale e non lo è.

Soprattutto se è il mare di Rimini.

È l’imbarazzo delle celebrazioni in cui sei fuori luogo, è la sconfitta delle promesse non mantenute. È il pomeriggio in cui non ti senti adatto a stare al sole, perché non sei capace di chiudere veramente gli occhi, e osservi quelli che vorresti essere, le cose che vorresti fare e le persone che dovrebbero cercarti e invece no. Allora resti in una stanza in penombra, seduto per terra come massimo gesto di autonomia, e ascolti gruppi che ti spiegano la paura dell’essere sorpresi, dell’incuranza e dell’acqua, non sei sicuro di capire ancora ma c’è tempo, mentre là fuori si addormentano con la publifono, e guardi film in cui ci si bacia a bocca chiusa, ci si aspetta nelle stazioni e le star sono più grandi degli schermi che le imprigionano, mentre là fuori sfogliano riviste e ammirano corpi ancora più belli dei loro. Non lo sai, ma in quel momento stai diventando una persona diversa e stai imparando a stare al sole con gli occhi chiusi senza pensieri. Non lo sai, questo è il problema, e vorresti tanto essere altrove.

Chissà quando lo capisci, chissà se veramente lo capisci, in ogni caso è una sensazione che non si confessa: è semplicemente qualcosa che impara chi è nato nei posti felici.

Non è la mancanza del mare a rendere una persona interessante, ma è sapersi sedere per terra, a piedi nudi, con la testa appoggiata al letto, immaginando di nuotare di notte come quando fuori c’è il sole.





Il post in cui leggo come va a finire Lost

29 05 2010

A chi fa spoiler, peste lo colga.
Lo so che se qualcuno mi rivela [SPOILER] che Rosebud è il nome della slitta [/SPOILER] e non ho ancora visto “Quarto Potere” è in parte colpa mia (l’ho visto, non temete). Però ecco, se un’ora dopo che è andata in onda la puntata qualcuno mette nel titolo il finale di Lost, allora sì che ti viene voglia di evocare il fumo nero, o per lo meno l’orso polare: qualsiasi riferimento al tgcom è puramente casuale. Qui c’è una lista di colpevoli spoileratori.

Tutt’altra classe invece hanno i veggenti, i lettori di trame, i rabdomanti del senso. Tra questi c’è Adamo Lanna, che nel suo blog ci aveva avvertito per tempo di come sarebbe andata a finire una delle serie più amate e discusse degli ultimi anni. Ecco perchè quando ho partecipato alla #maratonalost organizzata da Lost Italia ero completamente rilassato: vedevo tutti i tasselli andare esattamente al loro posto, come da copione.

Mi sono permesso di leggere questa premozione di Adamo per il bel progetto Collettivo Voci: se volete un riassunto delle sei stagioni di Lost, con tanto di finale scritto in anticipo, lo trovate a questo link.

http://collettivovoci.tumblr.com/post/634455320/maurizio-videogioco-legge-il-post-in-cui-svelo





Mi imbarazzo, dunque gioco

20 05 2010

Non giochiamo per fare vedere quanto siamo bravi, ma per fare vedere che non siamo così scarsi.

Questo è più o meno quanto ha affermato a proposito di Farmville Brian Reynolds, chief game designer del celebre social games di Zynga, durante il Dice Summit. Reynolds in modo provocatorio ha voluto ribaltare un assunto strettamente legato al gioco: giochiamo per divertirci e più ci divertiamo più continuiamo a giocare.

Niente affatto, quando parliamo di social game, game non è uguale a fun, bensì a embarassement. E lo sostiene uno che ha capito come fare giocare 87milioni di persone (più degli utenti mondiali di Twitter, per intenderci), non una volta, ma nei mesi, e non sono una console, ma su un social-network.

If I don’t come back, not only do I lose my investment of my time and my gold, but I’m shamed. I look bad in front of my friends when they come to visit my farm… We’re social animals and we don’t want to be shamed in front of our friends”, come riporta Kotaku.

Per capire la sua affermazione proviamo a pensare alle scuole superiori: non tutti hanno avuto la fortuna di essere già popolari, sicuri di sé e capitani della squadra di calcio, la maggior parte di noi si è dovuta arrabattare tra fisici gracili, acne e insuccesso con l’altro sesso. Ecco, secondo Reynolds, una sensazione simile è ancora possibile su Facebook – che non ha caso è nato proprio per tenere i contatti con i compagni di scuola e dove, volenti e nolenti, a tutti sarà arrivata la proposta di una rimpatriata.

Se in casa nostra, con la nostra console possiamo fallire la pista arcobaleno di Mario Kart o continuare a fare mille volte lo stesso errore per finire un puzzle di Braid e nessuno ci può giudicare, Facebook è proprio il luogo online in cui per eccellenza siamo noi stessi, non con un nick ma con un nome e un cognome, con il nostro compleanno, le nostre foto e i like alle cose che ci piacciono, e questa nostra identità online è sotto gli occhi di tutti e ci rappresenta: quindi, chi vuole essere rappresentato da un campo di patate mal coltivato, pieno di erbacce? Forse dedicarsi al raccolto non è così divertente, ma certo mostrare a tutti di non sapere gestire il proprio terreno equivale a inciampare e cadere davanti ai compagni durante la partita di basket a educazione fisica.

Ci si impegna a Farmville soprattutto per evitare l’imbarazzo che può rendere così forte solo un contesto social in cui ci mettiamo la faccia: quando parliamo di social game, “social comes first”.

In definitiva, speriamo che tutti passino sul nostro profilo a vedere quanto è bello il nostro orto per scacciare l’incubo di quei momenti in cui non si veniva invitati alle feste o si finiva vittima del lancio della coca-cola come in Glee:

Questo post è pubblicato anche su Invaders Den, uno spazio online in cui riflettere sul panorama ludico, il linguaggio dei giochi e altro ancora.